“Il gioiello nascosto: l’incredibile caso di Ayrton”

Domenico Liggeri
“Musica per i nostri occhi. Storie e segreti dei videoclip”
(Tascabili Bompiani – RCS Libri)

In alcuni casi si chiede ai video di fare miracoli, il più gettonato dei quali è quello di attendersi un lancio improvviso di qualche emergente o il successo di un brano meno radiofonico del dovuto. Episodi rarissimi ma che sono accaduti, li trovate raccontati anche tra queste pagine. Eppure esiste un caso che per singolarità sembra battere tutti, quello di un video musicale realizzato prima del disco della canzone clippata, il quale lancia sì la canzone, consentendone la pubblicazione, ma non il suo autore originale, che, incidentalmente, è pure regista del video. Il paradosso giunge all’apice se si pensa poi che il video, così determinante per la fortuna del brano, in realtà rimarrà inedito come clip vero e proprio, usato soltanto come filmato televisivo. Eppure stiamo parlando di uno dei clip italiani più belli mai realizzati, sepolto nella memoria e misconosciuto, un gioiello invece, da riscoprire e ammirare. Eccone la romanzesca vicenda. Nei primi giorni di luglio del ’94 alla Pressing, l’etichetta di Lucio Dalla, viene recapitato un pacco con dentro una cassetta audio e una video. Il pacco finisce sulla scrivania di Marcello Balestra, al tempo responsabile delle edizioni musicali della Pressing. La cassetta audio contiene tre versioni (in lingua italiana, portoghese e inglese) di uno stesso brano, intitolato Il Circo. Mittente del pacco è l’autore e interprete del brano, Paolo Montevecchi, un attore di Cesena, impegnato tra teatro e cinema, dotato anche di talento musicale. Balestra, incuriosito dalla comune provenienza geografica di Montevecchi, decide di prestare attenzione prima alla cassetta audio: “Ho ascoltato la canzone e mi sembrava affascinante, molto simile però a Ogni volta di Vasco Rossi”, ma c’è ancora la cassetta VHS da guardare: “poi ho visto il video e lì sono rimasto di sasso per l’emozione: ha cambiato tutti i connotati della canzone; l’entusiasmo per la bellezza del clip ha fatto si che quel brano dopo un quarto d’ora fosse a casa di Dalla: lui ha visto subito l’opera e si è commosso, così abbiamo chiamato immediatamente l’autore”. La canzone parla di Ayrton Senna ed è stata scritta un giorno dopo la morte del grande campione automobilistico, di getto, come fosse il frutto di una ispirazione mistica, dettata all’improvviso e appuntata su un foglio di giornale di fortuna, unico materiale cartaceo disponibile in quel preciso momento per trascrivere quell’afflato che mutava nel testo di un brano. Anche l’ispirazione per il video è stata improvvisa e travolgente: a girarlo è sempre Montevecchi, usando pellicole Super-8. Tempo un mese e aveva già fatto tutto: canzone registrata, video girato e montato. L’autore voleva anche essere il cantante ufficiale del brano, così pensò di registrarlo in tre lingue, affinché potesse essere pubblicato in tutto il mondo. Poi nel tempo cambiò idea e Dalla la cantò con la stessa intenzione interpretativa del demo di Montevecchi, inserendola nel fortunatissimo album Canzoni ma non utilizzandola mai come singolo, deliberatamente, per scrupolo etico, per non dare risalto commerciale a un’espressione creativa pura nata da una tragedia umana.

L’opera video ha davvero un impatto indescrivibile. La guardi e ti senti investito da un lento sciame emotivo che inizia a carezzarti la pelle fino a ghermirti il cervello e poi giù dritto a stringerti il cuore. Gli occhi percepiscono la bellezza dei tagli delle inquadrature, ma alla parte meno razionale arriva il candore di riprese che non vogliono essere tecnica fotografica ma scrittura poetica, urgente e irrefrenabile, labile come la stabilità incerta della cinepresa Super-8 ma come essa capace di tirare fuori dalla realtà fenomenica tutta l’anima che si possa immaginare. L’emulsione del Super-8 è innocente, come un bambino, è fragile, come un bambino, è delicata e bisognosa d’attenzioni, come un bambino. Come quel bambino che si vede nel clip, tenero di vita e pulito d’esperienza, così capace d’incanto verso il candido ingannevole sogno d’un circo che non è il mastodontico trionfo cromatico felliniano, ma il minuscolo polveroso cantico pasoliniano. Eppure quant’è grande un sogno per uno sguardo piccino. E grande rimane se, crescendo, il bimbo quello sguardo mantiene. Lo vediamo, infatti,  quell’amore del bambino per il suo go-kart, come se nella velocità del vivere volesse scegliere un percorso che viaggia su ruote, sempre più potenti, affidando loro il suo destino, ovunque dovessero portarlo, su un podio come contro l’aspra rudezza invincibile d’un ostacolo letale.

“Tutto è stato realizzato nel mese di maggio del ’94, dal 2, il giorno successivo alla scomparsa di Senna, al 31”, ricorda Montevecchi: “concepita la canzone, immediatamente è nato nella mia mente lo storyboard del video”. Montevecchi così compra appositamente una vecchia cinepresa Super-8 e “con tre soldi e un po’ di amici” si mette al lavoro, “senza alcuna necessità di farlo, senza calcolo”, ma soltanto per un’urgenza creativa, “godendo della libertà che ti da lavorare con piccoli mezzi e nessuna pressione”. Questa è la prima occasione in cui si mette dietro l’obiettivo: “ho sempre avuto in mente di fare la regia, ma nella vita ho seguito la vocazione dell’attore: quell’esperienza però mi ha dato una certa conoscenza della grammatica filmica”. Compera quindi “alcuni rulli di pellicola Super-8 Kodak Ektachrome invertibile” e si industria per dare vita all’idea vivida nella sua fantasia. Per il ruolo del bambino protagonista del video gli viene in mente Federico, il figlio di un’amica che adesso ha 19 anni. Poi, “per magia”, accade che nella sua città si trovi un piccolo circo, proprio quello che lui aveva immaginato e che gli serviva. Le riprese durano tre giorni, “girando sette-otto rulli a 16 fotogrammi al secondo, come scelta estetica, perché la pasta cromatica fosse più sporca, granosa: non doveva ricordare soltanto gli anni ’60 ma anche un’immagine parallela, sognante; non ho usato movimenti di macchina, ma la cinepresa ferma su uno stativo: l’astrazione l’ho voluta rappresentare con questa immagine lontana nel tempo, resa dallo sfarfallio e dalla minor definizione tipici della pellicola Super-8; affinché la procedura dello sviluppo della pellicola fosse più veloce, mi sono recato personalmente in Svizzera, a Losanna, negli stabilimenti della Kodak, dove ho fatto tutto in giornata; per il montaggio ho impiegato tre ore e mezza, usando una vecchia centralina analogica, perché garantiva di mantenere alle riprese rallentate il loro sapore autentico”. Del clip originale, in cui nel frattempo al cantato di Montevecchi è stato sostituito quello di Dalla, inizialmente si è visto in televisione soltanto un frammento di venti secondi, sempre lo stesso, il quale veniva inviato ai telegiornali che lo usavano come base di partenza per un loro montaggio personalizzato, nel quale venivano regolarmente inserite riprese di repertorio di Senna. Negli ultimi mesi del ’96, invece, il clip viene proposto integralmente come sorta di omaggio a Senna in funzione di pre-sigla dal programma di Italia Uno Grand Prix, settimanale sportivo della domenica pomeriggio dedicato ai motori. Secondo i ricordi dei protagonisti, non apparve mai invece sulle TV musicali. Questo lavoro è a tutt’oggi l’opera prima e unica di un simile talento fuori dal tempo che trova la bellezza del video nel fatto che “è stato realizzato con una certa innocenza”, per il quale “fare immagini in movimento sotto la musica, è come sognare” e realizzare questo capolavoro “è stato come tuffarsi nel vuoto”. Un talento di cui, ancora oggi, la videomusica italiana avrebbe proprio bisogno.